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Un medico, un uomo

by Fede

Chiunque sia dovuto passare attraverso il sistema sanitario non avrà difficoltà, almeno in parte, a riconoscersi nei personaggi di questo film o a riconoscere tra gli atteggiamenti dei medici e dei pazienti qualcosa che gli suona familiare. Perché anche nell'ospedale più ospitale che si possa desiderare, il paziente viene, volente o nolente, trattato spesso come un numero, non solo per l'elevato numero di pazienti che un ospedale può contenere, ma per le intrinseche difficoltà nel rapporto tra malati e personale curante che spesso e volentieri hanno punti di vista e atteggiamenti differenti rispetto allo stato di salute dei primi.
E di fronte a quella che può sembrare indifferenza o insensibilità da parte di medici e infermieri/e non è nemmeno difficile (e in parte comprensibile) figurarsi un paziente che pensa: "Vorrei vedere te al posto mio!". Per fortuna che almeno si viene avvisati con un poco rassicurante "le farà un po' male", altrimenti quello che poteva sembrare un semplice e innocuo pensiero si potrebbe tramutare in un desiderio di vendetta molto meno candido.

Il dottor McKee e l'uomo Jack si trovano a dover affrontare la difficoltà dei rapporti umani su ben quattro piani distinti: in ordine sparso, con la moglie (e più in generale con la famiglia), con la "crudele" otorino-laringoiatra, con la sua "amica" June e con i colleghi. Da principio in tutti e quattro i casi l'illustre, stimato e ben pagato chirurgo si comporta con cinismo, superbia, una pungente ironia e modi di fare un po' spavaldi. Conscio delle sue capacità e inorgoglito dal suo successo, ha da tempo trascurato la famiglia, tanto che suo figlio non lo saluta più nemmeno con la mano, ma attraverso il telefono anche se sono nella stessa casa; sul lavoro vuole a tutti i costi mantenere un'aria distaccata e supponente, esercitando il proprio "potere" sugli studenti di medicina e il proprio sarcasmo con e sui colleghi; infine, sia con la fredda collega che con la nuova compagna di cure non riesce, almeno inizialmente, a svestire i panni del medico e a calarsi nel ruolo di paziente.
Ben presto però deve fare i conti con la sorte e con i cambiamenti radicali che le cure impongono: soprattutto perché è costretto a vedere da un altro punto di vista quelle stesse cose che lui stesso applicava con cinico e direi chirurgico metodo.
In famiglia non tutto può essere più liquidato con una battuta: la moglie e il figlio fanno ormai finta di ridere e i loro sguardi compassionevoli fanno capire al marito e al padre quanto abbia tenuto distanti i suoi familiari negli ultimi anni. Tanto che non riesce nemmeno a capire, se non a operazione ultimata, quanto abbia ferito la consorte mantenendo ancora quel muro di riserbo e distacco con lei e negandole, almeno in parte, la possibilità di stargli vicino e provare a infondergli coraggio e a condividere le sofferenze. Non a caso il tumore alla gola (e più precisamente alle corde vocali) è una metafora dell'incomunicabilità, e il ritorno alla parola coincide con il superamento di questa barriera che un fischietto e una lavagnetta avevano messo così in evidenza.
Nella dottoressa Abbott rivede se stesso: la freddezza, l'insensibilità che ha mostrato nei confronti dei suoi pazienti si rivolta ora contro di lui. Sperimenta su se stesso cosa significhi essere ingannato dai medici (ma sarà poi a fin di bene?), come sia poco divertente ascoltare battute di cattivo gusto, come sia noioso compilare un modulo e aspettare i referti.
June è una vittima della classe medica e del sistema sanitario americano, che decide gli esami in base al costo che graverà sulla struttura sanitaria e che privilegia i ricchi nei confronti dei poveri. Oggi se non puoi permetterti l'assistenza sanitaria puoi soltanto pregare di non ammalarti, se tuo figlio si ammala puoi augurarti di non perdere il tuo lavoro perché devi assisterlo. Per fortuna che oltre ai chewingum, la Coca Cola e gli hamburger non è stato (ancora?) importato da noi anche questo modo di vedere gli ospedali come delle comunissime aziende che non solo non possono andare in perdita, ma che anzi devono avere un utile. Che frequentemente non coincide con l'utilità che esso deve recare ai suoi "ospiti". Grazie a June il dottore capisce che il sistema al quale appartiene e che gli ha dato fama successo e denaro, i cui strumenti egli ha usato con spregiudicatezza e amoralità, ha del "marcio", e che fa le sue vittime come un taglio chirurgico sbagliato.
Infine, vedendo i suoi colleghi dall'altezza di un lettino o di una sedia a rotelle, dal basso verso l'alto, ristabilisce i valori di un rapporto più collaborativo e partecipe tra curato e curante, comincia a prendere più sul serio atteggiamenti e importanza della cura e della guarigione, smette di rendersi partecipe e di coprire gli amici, di fatto estraniandosi da quella casta che aveva lui stesso contribuito a formare e a mantenere.

William Hurt riesce a rendere bene la fase di passaggio del suo personaggio dall'egocentrico chirurgo a quello di un comune mortale. Nonostante la sua gamma di espressioni facciali non sia particolarmente varia, interpreta con attenzione sia il medico sbruffone, sia il normalissimo paziente che il "nuovo" dottore, dando ad essi tutto sommato un'impressione convincente e realistica. Il tocco femminile della regista Randa Haines è evidente, nella sensibilità con cui affronta molte situazioni toccanti, pur rimanendo fedele ed accurata nella rappresentazione. Credo che, come in molti altri film, la regista si sia calata nei panni di uno dei suoi attori, in questo caso June, rendendolo il personaggio più forte e importante del film sia per i cambiamenti che ha sul protagonista, sia per l'insegnamento che il suo "sacrificio" vuole portare anche agli spettatori. Certo, le si può anche "rimproverare" una certa mancanza di stile e di personalità, una tendenza alla semplificazione ed un uso un po' troppo insistito di scene ad effetto (soprattutto quelle drammatiche), ma se si vuole guardare il film principalmente per la storia che racconta queste considerazioni sono solo dei dettagli. Ha mantenuto però un sufficiente distacco tale da non rendere una storia come questa troppo didascalica e lacrimevole, rischio che si corre quando si ha a che fare con soggetti di questo tipo.

Il risultato è comunque di buon livello, ben recitato, ben fotografato, e credo che lasci allo spettatore non prevenuto una piccola sana dose di ottimismo ed un'iniezione di onesta vitalità. Certo, non si può dire che ci farà entrare (si spera sempre il meno possibile) in un ospedale più tranquilli e sereni, soprattutto quando non si è semplici visitatori, ma non è questo che si chiede a questo film né al cinema in generale. Però un po' di ironia e soprattutto un sorriso possono rendere il tutto molto più sopportabile, perché "grazie all'umorismo siamo meno schiacciati dalle vicissitudini della vita. Esso attiva il nostro senso delle proporzioni e ci insegna che in un eccesso di serietà si annida sempre l'assurdo (C. Chaplin)".

 



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